Vanno risarciti i “danni di guerra”

Nel luglio 2017 la Banca d’Italia ha inviato alla 6° Commissione Finanza della Camera dei Deputati una memoria dal titolo “Informazioni sulla crisi di Veneto Banca s.p.a. e Banca Popolare di Vicenza s.p.a.”. A pag. 1 testualmente vi si legge: “ Con questa soluzione (cioè l’avvio della procedura di liquidazione coatta amministrativa provista del T.U. bancario e dal Decreto Legge 25 giugno 2017 n. 99, NDR), il costo della crisi aziendale è stato fatto ricadere in primo luogo sugli azionisti e sui detentori di obbligazioni subordinate delle due banche … Viene pertanto rispettato uno dei principi ispiratori della normativa europea, che per combattere fenomeni di azzardo morale (la sottolineatura è nostra, NDR) prevede che gli oneri ricadano in primo luogo sulla proprietà e sui sottoscrittori di strumenti patrimoniali delle istituzioni in crisi”. Poco più avanti è precisato, con malcelato orgoglio, che, “non essendo stata attivata la  procedura di risoluzione, non è stato necessario applicare lo strumento del bail-in”, con conseguente tutela dei correntisti, per passività non coperte dal Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi (con riferimento ai depositi di importo superiore a 100.000 euro).

Lo schema è di una chiarezza insperata: prima si obbligano le banche popolari con patrimonio superiore a 8 miliardi di euro a trasformarsi coattivamente in società per azioni, riformando un sistema (imperniato sul voto capitario) che durava da circa 130 anni e facendo entrare in vigore la relativa legge di riforma (la n. 33/2015, approvata con la solita decretazione di urgenza) senza un minimo di gradualità. Si è voluto così trasformare dei risparmiatori consapevoli in azionisti investitori inconsapevoli.

Poi si incalzano le banche (che inevitabilmente annaspano per il continuo incremento dei crediti deteriorati derivanti dalla diminuzione delle originarie garanzie immobiliari, non più coerenti con i valori di un mercato immobiliare ormai in caduta libera) con assillanti aumenti dei coefficienti minimi di  capitale, con conseguente ricerca dei mezzi necessari principalmente fra i soci. Si badi bene però che la gestione delle aziende è totalmente nelle mani della Banca Centrale Europea che, passo dopo passo, porta le due popolari venete a un punto di non ritorno con l’accondiscendenza colpevole degli Amministratori.

Infine: a) si varano urgenti provvedimenti normativi (derogatori a quasi tutte le regole dell’ordinamento e in grave sospetto di contrasto con molti principi costituzionali) per aprire una procedura di liquidazione coatta amministrativa, in assenza di stato di insolvenza (che sarà assai arduo dimostrare, a meno di non voler considerare gli stessi azionisti come, essi stessi, creditori e non compartecipi del capitale di impresa) e di un vero default; b) si cede a Banca Intesa l’attivo da questa selezionato delle due popolari, nel frattempo private della licenza bancaria, per il prezzo simbolico totale di un euro, trasferendo ad una bad bank tutto il vero passivo e tutto quello che non vale niente, compresi i crediti deteriorati (i famosi NPL) privi di reale valore (perché quelli ancora solvibili resteranno in capo a Banca Intesa, che li realizzerà per conto suo, trattenendo il ricavato).

A Banca Intesa, peraltro, vengono “regalati” non meno di 5 miliardi di € di capitale perché possa mantenere inalterati i propri coefficienti patrimoniali.

E gli azionisti delle due ex Popolari ?

A questa domanda la suddetta memoria di Bankitalia risponde, sempre con malcelato orgoglio: “i diritti di questi soggetti sono stati mantenuti nella liquidazione e potranno essere soddisfatti solo nell’eventualità in cui lo Stato recuperi integralmente quanto versato a supporto dell’intervento e siano stati soddisfatti gli altri creditori”.   Ecco il punto: gli azionisti sono stati cinicamente sacrificati ed hanno – solo loro – pagato il costo della dissennata manovra di Sistema. Ciò perché si è voluto farli passare non per risparmiatori, ma per investitori e si è voluto cogliere l’occasione per dare loro una lezione etica: si dovevano  “combattere fenomeni di azzardo morale” !!!

Ma si deve ricordare che le banche popolari avevano (ed hanno), tra le loro connotazioni, quella di assumere le decisioni assembleari con voto capitario, cioè con voto riferito ad ogni testa, indipendentemente dall’ammontare del capitale posseduto.  Essa – pur con i problemi che, per molti aspetti, questo meccanismo creava – aveva, quantomeno, un significativo effetto positivo: quello di salvaguardare la banca popolare da possibili anomale intrusioni, perché un investitore che avesse pensato di farne oggetto di manovre speculative, si sarebbe trovato subito nell’impossibilità di attuarle, in quanto il suo voto in assemblea contava come quello della c.d. signora Maria; indipendentemente dal capitale investito, il suo voto equivaleva a quello di qualunque altro socio. Questa caratteristica (ripetesi, pur con tutti i suoi difetti, sotto molti aspetti) aveva tradizionalmente accreditato il diffuso convincimento che le banche popolari ( soprattutto se fortemente inserite in un contesto territoriale, come quello veneto, connotato da una rapida crescita economica attuata con il continuo sostegno finanziario bancario) fossero un vero e proprio salvadanaio; esse assicuravano una resa, pur modesta, ma in continua crescita. E tutti, politici compresi (andatevi a leggere i verbali delle assemblee annuali), osannavano questo sistema di incremento del risparmio delle famiglie; in molti casi si ricorreva a raccomandazioni per diventare soci e per tentare di porre pensioni e T.F.R. al riparo dalla svalutazione, attraverso l’acquisto di azioni.

E ora scopriamo che Bankitalia ha considerato (pag. 1 della citata memoria) questi soggetti (più di 220.000 per le due ex banche) non come risparmiatori, ma come investitori. E, dunque, per punirne l’ingordigia (“l’azzardo morale”), lo Stato ha fatto loro pagare il costo di un’operazione da codice penale. Infatti, una domanda, a questo punto, viene spontanea: cosa accadrebbe se un’autorità giudiziaria statuisse che, all’atto dei provvedimenti del giugno 2017 (liquidazione coatta amministrativa e conseguenti) le due ex banche popolari venete non versavano in stato di insolvenza ? La domanda non deve apparire campata in aria e puramente teorica, apparendo quanto mai improbabile che Veneto Banca, superati brillantemente gli stress test nell’autunno del 2014, sia diventata addirittura insolvente poco più di due anni dopo.  Sul piano giurisdizionale, probabilmente, nulla; ma su quello sociale e politico le responsabilità sarebbero immense e la classe dirigente dovrebbe risponderne anche alle prossime elezioni.

Ora appare meno criptica l’affermazione di un noto uomo politico che, per vantarsi di aver sempre avuto a cuore le sorti dei risparmiatori (ex azionisti delle ex banche popolari), aveva recentemente affermato che, senza i suddetti provvedimenti, sarebbero stati danneggiati “anche i correntisti”. Egli voleva dire, sforzandosi di non farsi ben capire, che era stata evitata la procedura di risoluzione delle due banche e, con essa, il bail-in, che avrebbe comportato il coinvolgimento anche dei correntisti. Ma si era dimenticato di precisare che quelli salvati erano i correntisti con depositi superiori ai 100.000 euro; cioè, praticamente, nessuno, non essendo ipotizzabile l’esistenza di persone tanto fesse da aver mantenuto depositi di simile consistenza dopo il can can  sul limite di copertura del Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi, di cui ha parlato tutta la stampa.

E i risparmiatori-azionisti ? La risposta sta proprio nella memoria del luglio 2017 di Bankitalia: sono stati (solo loro !!!) sacrificati alle esigenze del Sistema. E, quindi, come si può negare un loro diritto al risarcimento, come è accaduto per i danni di guerra.

Giovanni Schiavon

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