La Commissione Parlamentare di Inchiesta sulle banche è occasione di scontro politico

Si stanno puntualmente avverando le previsioni di quanti – a fronte del disastro bancario, che ha coinvolto centinaia di migliaia di risparmiatori italiani – avevano previsto che la Commissione parlamentare di inchiesta non avrebbe portato ad alcun risultato e sarebbe stata solo terreno di scontro politico in una materia delicatissima, quale è il risparmio.

In effetti, non è dato di capire come la Commissione potrà giungere alla verità, così da essere di una qualche utilità per i risparmiatori traditi, visto che ormai siamo prossimi alla sua scadenza, coincidente con la fine della legislatura.

Com’era prevedibile, essa si sta trasformando in uno strumento di lotta politica e in una ghiotta occasione per intercettare il voto, alle imminenti prossime elezioni.

Significativo esempio di ciò è l’insistente richiesta di alcuni suoi membri di disporre l’audizione di Federico Ghizzoni (ex amministratore delegato di Unicredit) al fine di conoscere la sua versione circa l’asserita “pressione” da parte della sottosegretaria Maria Elena Boschi per un’aggregazione di Banca Etruria in Unicredit. Il fatto, in sé, è di modesto rilievo sul piano economico-finanziario, considerando che i consolidamenti bancari attraverso fusioni e incorporazioni, sono abituali strumenti di superamento di crisi di singoli istituti. Ma è, invece, sul terreno prettamente politico che quel fatto – se vero – potrebbe essere significativo, in quanto rivelatore di un conflitto di interesse in capo ad un autorevole membro del Governo, suscettibile di incidere sulle tematiche della compagnia elettorale. Viceversa, alla Commissione è forse sfuggita la particolare rilevanza delle vicende relative alle presunte pressioni per talune soluzioni aggregative provenienti da Bankitalia: una rilevanza che investe direttamente proprio la credibilità dell’Autorità, cui l’ordinamento italiano ha attribuito il compito di vigilare sul nostro sistema bancario e di formularne la politica di indirizzo. Sarebbe molto grave che Bankitalia avesse riservato un occhio di riguardo solo per una banca (quella di Vicenza), accusata di godere di anomale protezioni da parte dei vigilanti, anche in virtù di oscuri rapporti personali intessuti nel tempo da Gianni Zonin, che di Bpvi è stato il presidente per quasi vent’anni. E sarebbe gravissimo, anche sotto il profilo penale, che i vertici di Bankitalia fossero stati davvero autori di indebite intromissioni sulle gestioni di talune banche, imponendo loro irragionevoli soluzioni aggregative, che, se attuate, sarebbero sicuramente poi state fonte di ulteriori disastri, oltre che espressione di dissennato pressapochismo operativo. Ma il Capo della vigilanza, Carmelo Barbagallo, si è particolarmente impegnato nel negarne l’esistenza, soprattutto con riferimento alle (ipotizzate, ma mai realizzate) fusioni di Etruria e di Veneto Banca in Popolare di Vicenza.
Egli ha pervicacemente escluso di avere, in entrambi i casi, indicato quest’ultima come banca di elevato standing, come tale meritevole di svolgere, nei consolidamenti bancari, il ruolo di soggetto aggregante.
Ma, poiché questa affermazione autoassolutoria è stata oggetto di diffusissima contestazione e, per una serie di ragioni, appare assai poco credibile, è preciso dovere della Commissione approfondire questa circostanza che, se vera, metterebbe a nudo una grave invasione di campo da parte di Bankitalia, per di più basata su presupposti totalmente falsi. Nell’assemblea dell’aprile 2014 di Veneto Banca l’argomento delle indebite pressioni di Barbagallo sui vertici dell’Istituto è stato oggetto di serrato dibattito per un intero giorno, alla presenza di oltre 5.000 persone. Come si può ora dire che tutte le informazioni comunicate, in quel contesto, agli azionisti (senza che siano mai state, poi, rese note smentite) fossero false ?

Ma le perplessità non finiscono qui: verso la fine di febbraio 2015 (quando, soprattutto dopo gli stress test dell’autunno 2014, le precarie condizioni di Bpvi erano ben note a tutti) l’Istituto aretino è stato commissariato non perché , in sé, in grave crisi economico-finanziaria, ma solo perché non aveva sottoposto alla decisione dell’assemblea dei soci l’opportunità di valutare ed eventualmente accettare l’unica offerta di aggregazione giuridicamente valida in allora esistente: quella, appunto, di Popolare di Vicenza. Così ha dichiarato Carmelo Barbagallo in Commissione parlamentare. Ma come: anziché intervenire per impedire all’Istituto aretino di finire nelle mani di una Banca inaffidabile quale era, in allora, la Popolare di Vicenza (la cui grave crisi era in atto ed avrebbe dovuto esserle ben nota), Bankitalia ha sanzionato proprio la volontà del CDA di ignorare un ordine (chiaramente) dissennato e suscettibile solo di complicare i problemi ? E lo stesso discorso vale per Veneto Banca, ai cui vertici lo stesso Capo della Vigilanza avrebbe imposto di consegnare a Zonin le chiavi dell’Istituto; anche in questo caso, si è poi accertato che quello di Montebelluna era sicuramente l’Istituto più sano (come è risultato dagli stessi stress test).

Questi sono i fatti che la Commissione deve accertare, visto che essa dispone dei poteri della magistratura. I troppi riguardi verso Bankitalia non hanno ragione di esistere. Perché è pur vero che bisogna difendere il requisito dell’indipendenza di Banca d’Italia, che costituisce un caposaldo dell’organizzazione dello Stato italiano, ma è anche vero che quell’indipendenza non è un connotato autoreferenziale dell’organo di vigilanza, tale da consentirgli di non rendere conto a nessuno del proprio operato. Essa è un valore il cui beneficiario è solo il cittadino: il quale ha – lui – il diritto di poter contare sulla tutela di un organismo di controllo indipendente dal potere politico. Questo solo è il significato del principio costituzionale.
E, dunque, deve essere evitato che i lavori della commissione siano usati in modo distorto, come strumento di campagna elettorale, ma deve essere soprattutto incentivato lo sforzo di mettere a nudo le tante criticità del sistema creditizio, senza riguardi per nessuno. La Commissione, di fronte ad una diffusa crisi bancaria, ha la grande occasione di operare in modo costruttivo, distinguendo le cattive gestioni (per le quali dovrà intervenire la magistratura) dalle cause di natura sistemica (per le quali è competente solo la politica, intesa in senso lato).

Ma eviti di svilire la sua funzione, con la ricerca di argomenti utili solo all’imminente campagna elettorale, ma che ai risparmiatori nulla interessano.

​​​​​​​​​Giovanni Schiavon​