Banche in crisi, ma i banchieri fanno affari

 

In questi anni particolarmente difficili per l’economia, le banche sono state giudici e inquisitori di quella classe media del Paese che, dopo averla spogliata di ogni bene, l’hanno condannata al rogo. Giudici inflessibili perché ritenuta, la piccola impresa, non più degna di fiducia, le hanno chiesto di rientrare di ogni fido e prestito mettendola nelle condizioni di fallire con due mosse a sorpresa.

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La prima è stata quella di averle fatto spendere i risparmi con investimenti sbagliati (vedi l’acquisto di azioni delle stesse banche dove era correntista che avrebbero dovuto rafforzare le garanzie), la seconda è che dopo aver svalutato le loro stesse azioni spesso a valore zero, e quindi vanificata ogni garanzia, hanno chiesto il rientro immediato dei fidi. Le banche, in mancanza della restituzione dei prestiti hanno chiesto il fallimento di famiglie e aziende pignorando ogni immobile di proprietà: dalla casa al capannone.

Perché tutto questo? Ce lo chiediamo in quanto sembrerebbero comportamenti  poco convenienti da parte degli istituti di credito che concedono prestiti e come missione hanno il compito di rientrare dei finanziamenti con l’aggiunta di equi interessi. Inoltre, quando aziende e famiglie sono in difficoltà le banche dovrebbero aiutarle, non già per generosità, ma per convenienza e soprattutto a tutela dei quattrini prestati.

Ora, per un decennio le banche hanno fatto incetta di immobili come disponessero di risorse senza fine; quando in realtà hanno scientemente messo in piedi un affare miliardario a vantaggio di speculatori avvoltoi che volano tanto alto da non essere identificati.

Le banche, per legge, possono defiscalizzare le perdite immediatamente; cioè, se prestano 100 euro al signor Bianchi per comperare una casa, che poi ne restituisce solo 30 euro perché fallisce, sempre la banca mette a perdita i 70 euro di differenza e detrae subito l’importo, quindi rientra immediatamente in possesso dei 100 euro anticipati.

Rientrata del suo capitale iniziale, alla banca rimane la casa pignorata al signor Bianchi a costo zero, e la deposita in un virtuale grande magazzino del mattone, che poi vende alle “Società Avvoltoio” (dove in molti casi sono soci gli stessi banchieri) al 10% del valore di mercato e, sempre la banca, ne ricava un utile secco di pari percentuale.

A loro volta, le “Società Avvoltoio”, rimettono sul mercato l’immobile di Bianchi, (spesso attraverso canali in odore di usura) al 30% del suo valore, ed ecco che in un baleno triplicano l’investimento. Successivamente, i presunti usurai che hanno acquistato la casa di Bianchi la vanno a rivendere allo stesso Bianchi, quel signore finito nel girone infernale a cui la banca aveva pignorato l’abitazione che era stata messa a garanzia del prestito poi disatteso.

Adesso la domanda è, ma non sarebbe più semplice e remunerativo per tutti, ovviamente meno che per gli usurai, trattare direttamente col signor Bianchi, senza alimentare un mercato immobiliare truffaldino che opera al limite della legge? Ma poi, chi è davvero un fuorilegge, il banchiere con il suo comportamento spregiudicato, o il povero signor Bianchi ingannato e poi “ricattato” prima dalla banca, e poi dalla finanziaria usuraia che spesso scopriamo complice del banchiere?