Una vita, l’umile verità della vita stessa

L’humble veritée». Scrive così, Guy de Maupassant, nell’epigrafe del suo romanzo d’esordio Una vita, scritto nel 1883. L’umile verità della vita di Jeanne, figlia del barone di Le Perthuis e della baronessa Adelaide, condannata a passare l’intera esistenza nel castello di famiglia in Normandia e a subire inerme i colpi del destino.

Una vita, dunque, niente di più. Una sequenza di eventi, tragedie, disillusioni, scontri e riconciliazioni che Maupassant racconta con l’impassibile progressione del romanzo ottocentesco. Senza sottrarsi al gusto non più contemporaneo per la ripetizione.

«La vita non è così bella né così brutta come si crede», scrive Maupassant alla fine del romanzo per raffigurare la mera dimensione materiale dell’esistenza. La sua Jeanne sogna, s’illude, vive secondo la propria verità; il tempo passa, il corpo decade, la solitudine grava sulle spalle. E la vita spirituale si dissolve di fronte alla necessità. Terreni, rendite, debiti, ipoteche: senza mai muoversi, senza mai agire, rifiutando qualsiasi forma di coinvolgimento, rifiutando dentro di sé l’idea della prigione ma accettandola se imposta dagli altri si ritrova sconvolta dalla povertà e dalla solitudine.

Una vita, pubblicato per la prima volta nel 1883, ripercorre l’esistenza di una giovane sensibile e sognatrice, Jeanne le Perthuis, un «cuore semplice» di grande candore, con un’inesauribile capacità di amore e sacrificio. Raccontando un destino che corre verso la sventura con intima compassione senza mai cadere nel patetico, Maupassant ha disegnato una delicata trama narrativa, di cui Natalia Ginzburg (ed.Einaudi) è riuscita a rendere tutta la ferma e sommessa poesia, aderendo ai ritmi sapienti del testo originale.