La Cina di Mao Tse-tung

Oggi le giovani generazioni interpretano il comunismo senza spesso essersi documentati sui reali fatti della storia e rivendicano una libertà come questa fosse solo espressione di un’ideologia politica, magari sentita in casa o indottrinata da abili politici vicini di banco. Senza rendersene conto usano una costruita ideologia come Mao gridava: il comunismo è un martello che adoperiamo per distruggere i nostri nemici. Peccato che non ci sono più veri nemici da combattere ideologicamente, visto che la società gode di democrazia, almeno ce lo auguriamo.

Già a metà degli anni 50 dello scorso secolo, l’enigmatico capo della Cina Rossa dava colpi di martello a destra e a sinistra, ma senza poi distruggere un gran che. Persino Kruscev ne uscì incolume dalle martellate incessanti di Pechino. L’unica cosa che Mao ha fatto con il suo martello di carta è stato di suscitare altri odi per sè e per il suo regime.

Una sfida aperta. Erano molti i Paesi sottosviluppati dell’Asia e molti popoli coloniali che ascoltavano le vanterie di Mao che prometteva un rapido passaggio dalla povertà all’abbondanza. All’ONU sembrava soltanto una questione di tempo, ma si era certi che il seggio occupato dai Nazionalisti di Formosa sarebbe passato al regime comunista. Mao non riscosse mai troppe simpatie nel mondo. Coinvolse il suo Paese, stretto da gravi difficoltà, in contrasti simultanei con gli Stati Uniti, con l’Unione Sovietica e con l’India, i tre Paesi poi popolosi del mondo, dopo il suo. Gettò la Cina in un tale isolamento che egli poté considerare suoi alleati sicuri solo la Corea del Nord, in Asia, e l’ancora più piccola Albania, in Europa.

Fu una vera e propria pazzia da parte di Mao sfidare le due grandi potenze al mondo quando l’industria e l’agricoltura della Cina non si erano ancora riprese dai precedenti disastri. Ecco allora che Mao pose l’accento sulla questione della razza e del colore, nel tentativo di schierarsi contro l’Occidente le nazioni non abbienti dell’Asia e dell’Africa. Denunciò l’asservimento dei negli d’America e nelle città cinesi i suoi tirapiedi batterono di grancassa sulla questione razziale in vasti comizi a favore dei negri. In un anno e mezzo, 87 delegazioni africane vennero ricevute con tutti gli onori a Pechino. Nel Kenia, propagandisti cinesi gridarono: Noi fratelli negri dobbiamo unirci!

La Cina Rossa cercò d’attirare nei partiti comunisti asiatici i fratelli gialli e anche di altre razze. Per fortuna, pochi Paesi dell’Asia furono propoensi a seguirla. Il Giappone allora attraversava un periodo di boom industriale e godeva di una prosperità paragonabile a quella dell’Europa Occidentale. Formosa, con i notevoli aiuti americani, ebbe cinque ottimi raccolti uno dopo l’altro, contrariamente a quanto avvenne nella Cina Occidentale. Lo stato della Malaysia, del Debah (già Borneo Settentrionale), di Singapore e del Sarawak, era già un raggruppamento anticomunista. L’India, messa di fronte alla realtà di una possibile aggressione cinese del 1962, ricostruì il suo esercito con l’aiuto dell’Inghilterra e di alcuni Paesi del Commonwealth e degli Stati Uniti.

Nei sogni di Mao, la Cina doveva essere un gigante capace di sovrastare militarmente le nazioni lillipuziane dell’Asia. Agli occhi degli occidentali, la Cina rossa sembrava piuttosto un Gulliver legato mani e piedi dalle sue deficienze.

Era evidente che Mao avesse abbastanza guai senza andar e a cercarne altri all’esterno, ma i suoi obiettivi politici erano di fare della Cina uno stato Comunista puro.

I cinesi del regime comunista di Mao sono stati sfiancati a furia di sedute per i lavaggi in massa del cervello, di radu i per le pubbliche accuse, di confessioni collettive, di riunioni volte al ricatto, dove i funzionari comunisti censuravano gli apostati. E con dirigenti di un partito saldo ai principi del dogmatismo.

Il futuro della Cina è poi cambiato ma il radicamento al comunismo è entrato anche in altri Paesi in forme più o meno democratiche ma sempre più spesso ideologicamente plasmate di una non conoscenza della storia da parte delle nuove generazioni e di quanto essa, la storia,  sia importante per una riflessione e per non sembrare dei Don Chisciotte in un contesto geopolitico post-moderno.

La verità come la libertà non dovrebbe mai essere condizionata dalla politica.