• mercoledì , 13 dicembre 2017

Dacci oggi il nostro pane quotidiano: la pietà e misericordia di Dio

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Nel Padre Nostro di Papa Francesco (Quando pregate dite Padre Nostro Rizzoli editore-Libreria Vaticana) ci sono espressioni toccanti, soprattutto quando si commenta l’invocazione: “dacci oggi il nostro pane quotidiano”.

Francesco ci ricorda che chiedere il pane a Dio è invocare la sua misericordia.Il pane è sacro e deve essere di tutti, di ogni persona che nasce e vive sulla terra.

La sacralità del pane l’abbiamo imparata da bambini: le nostre mamme ci dicevano che il pane non andava buttato, anzi quando cadeva a terra bisognava raccoglierlo e baciarlo, per ringraziare Dio che ce lo aveva donato e che sempre stava sulla nostra tavola imbandita, ornava il desco.

Ma il pane è anche comunità, perché si spezza come momento di riconciliazione e rappacificazione con l’altro: lo si guarda negli occhi, si sorride e si dà il pezzo di pane. In quel momento vanno via tutte le offese: tutto passa e la vita ricomincia.
Il silenzio del perdono si spezza con il pane. Non a caso nell’invocazione si adopera il plurale.

Il raffinato Carlo Maria Martini ci ricorda la radice greca:Il pane –dice il testo greco –«emòn», «di noi», nostro, «ton epioùsion»(Martini Il Padre Nostro- Non sprecate parole San Paolo editore).
“Quando noi preghiamo il Padre nostro, ci farà bene soffermarci un po’ su questa petizione –«dacci oggi il pane», a me e a tutti –e pensare a quante persone non hanno questo pane”,dice Papa Francesco.
“Da bambini, a casa, quando il pane cadeva, ci insegnavano a prenderlo subito e baciarlo: non si buttava mai via il pane. Il pane è simbolo di questa unità dell’umanità, è simbolo dell’amore di Dio per te, il Dio che ti dà da mangiare. Quando avanzava, le nonne, le mamme cosa facevano (e fanno)? Lo bagnavano con il latte e ci facevano una torta, qualunque cosa: ma il pane non si butta. La mia nonna, invece, quando io e mio fratello ci tiravamo le molliche diceva: «Bambini, non si gioca con il pane».

Io oggi quando alzo l’Eucaristia da sacerdote sento dentro di me la frase della nonna: anche con questo pane, soprattutto con questo pane, non si deve giocare. Per un cristiano il pane è l’Eucaristia. Ma anche l’altro! Non dimentichiamo l’opera di misericordia che raccomanda di dar da mangiare agli affamati.

Io in carcere l’Eucaristia a volte me la immagino non tanto come un premio, quanto come una medicina: se io sbaglio ho bisogno che Dio non mi tolga il suo pane ma mi faccia sentire che sono un figlio”.
Ratzinger nel suo “Gesù di Nazaret” ci ricorda, dal Vecchio Testamento, che il buon Dio non si è mai dimenticato dei suoi figli e lanciava dal Cielo al suo popolo la manna, il pane. Nessuno può pensare solo a se stesso; il pane deve starci per noi e per gli altri: deve essere condivisione.

L’Uomo si sa che è fragile, debole, in precarietà e confida perciò nel Padre. È una bella preghiera,di fiducia: il Padre vostro sa che avete bisogno di tutte queste cose.

Il Padre vostro provvede agli uccelli dell’aria, ai gigli del campo, provvederà anche a voi (cf Mt 6,25ss.).

È certo una preghiera da gente modesta, non da ricchi. Suggerisce di accontentarsi del necessario, di non volere troppo, di non volere avere tutto, di ringraziare per ciò che viene dato.
Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre celeste li nutre.

Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano eppure illuminano l’universo, il Padre dà loro il suo pane: la luce.
Il pane è dignità per l’uomo, perchè è il frutto del suo lavoro che lo nobilita nell’anima.

“Esiste in cielo un’energia che fluisce in noi dal momento in cui la desideriamo. È veramente un’energia: compie delle azioni attraverso la mediazione della nostra anima e del nostro corpo. Noi dobbiamo chiedere questo nutrimento. Nel momento in cui lo chiediamo, e per il solo fatto di chiederlo, siamo certi che Dio vuole donarcelo”(Simone Weil Padre Nostro).

Ogni padre è felice quando vede la sua donna ed i suoi figli che possono mangiare il pane, che possono allungare le mani nel cesto, lì in mezzo al tavolo, pieno di pane buono, per essere toccato e portato alla bocca.

Ha compiuto il suo dovere, per la sacralità della famiglia.
Ricordo mia madre che diceva, nella sua infinita spiritualità, speriamo che anche altre famiglie possano oggi mangiare il pane e faceva il segno della croce e noi tutti con lei, abbassando lo sguardo nel piatto per ringraziare il Signore.

Il pane è carità: il più grande atto di amore che Dio ha per i suoi figli.
Non a caso è il corpo del Nazareno che si è immolato per noi: il suo pane deve arrivare a tutti.

È la pietà e misericordia di Dio.

 

 

 

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2 Comments

  1. Anna Maria Saetti
    2017-12-05 at 1:09 AM Rispondi

    AGAPE: è il banchetto che si teneva nelle prime comunità cristiane in ricordo dell’ultima cena.
    Questo termine, coniato dalle comunità greche, vuole esprimere l’unione fraterna tra i membri della comunità (intorno al kyrios).
    Lo spezzare il pane insieme è significato di affetto e amore.
    Il pane è un cibo che non stancherà mai.
    Pensiamo a come ci esprimiamo nel definire una persona buona: “E’ buono come il pane”.
    Il pane non stancherà mai ed è il nutrimento per eccellenza del corpo e dell’anima (“Pane del cielo sei tu Gesù” e “Dacci oggi il nostro pane quotidiano” che ci occorrere per vivere quaggiù).

  2. Anna Maria Saetti
    2017-12-05 at 2:23 PM Rispondi

    Anna Maria Saetti
    2017-12-05 at 1:09 AM Rispondi

    AGAPE: è il banchetto che si teneva nelle prime comunità cristiane in ricordo dell’ultima cena.
    Questo termine, coniato dalle comunità greche, vuole esprimere l’unione fraterna tra i membri della comunità (intorno al kyrios).
    Lo spezzare il pane insieme è significato di affetto e amore.
    Il pane è un cibo che non stancherà mai.
    Pensiamo a come ci esprimiamo nel definire una persona buona: “E’ buono come il pane”.
    Il pane non stancherà mai ed è il nutrimento per eccellenza del corpo e dell’anima (“Pane del cielo sei tu Gesù” e “Dacci oggi il nostro pane quotidiano” che ci occorrere per vivere quaggiù).