• domenica , 25 febbraio 2018

Maree

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Controllava il respiro, lento e regolare nonostante il caldo. Osservò le gocce di sudore formarsi sul proprio petto, e il vento che le asciugava. Pensò che sembravano piccole formiche trasparenti che andavano a nascondersi. Chiuse gli occhi. Inalò a pieni polmoni l’aria di mare, e strinse nella mano con cui si teneva reclinato un pugno di sabbia. Si scoprì a giocherellare con la sabbia umida, compattandola con le dita in due buchi in cui infilava i pollici. Si ricordò di quello che gli disse un compagno alle scuole medie, che questi gesti non erano dettati dalla noia o stress, ma dalla voglia di avere una donna. Fermò quel gesto nervoso di colpo e aprendo un occhio guardò la ragazza distesa al suo fianco.

Non poteva vederle gli occhi, coperti dai grandi occhiali da sole, ma dal ritmo del suo respiro e della bocca semisocchiusa capì che si era appisolata. Il seno, raccolto nel pezzo sopra del bikini a tema floreale, si alzava e riabbassava lentamente. Si sentì sollevato di non essere stato notato da lei, come se anche lei fosse stata partecipe a quella conversazione da lui avuta con il compagno di banco nella mensa della scuola a dodici anni. Con lo sguardò prosegui sul suo ventre, teso e pallido, le fossette create dalle ossa del bacino sulla sua vita magra, le gambe bianche e immobili. Era una bella ragazza, pensò, forse solo un po’ troppo magra.

Richiuse gli occhi e pensò che non l’avrebbe mai conosciuta. Non solo lo pensò, ne ebbe la più profonda e completa consapevolezza. Non perché non gli piacesse abbastanza, non perché lui piacesse abbastanza a lei, per quanto poteva intendere dai segnali che si mandano all’inizio di una relazione, nel gioco del nascondersi per svelarsi. Era un’idea, una certezza profonda e malinconica. Scacciò quel pensiero cercando con la mano la bottiglia di birra. Avvertì con i polpastrelli il vetro ormai scaldato dal sole. Se la portò alle labbra e la vuotò con un lungo sorso, anche se già dalle prima gocce l’aveva avvertita calda e sgasata.

Il ragazzo provò un indefinibile fastidio, che non era né il caldo, né il leggero mal di testa che lo prendeva quando beveva, anche poco, sotto al sole. Due gabbiani passarono in volo sopra di loro, lanciandosi grida che gli sembrarono incomprensibili, cosa che,razionalizzata nell’istante seguente, riconobbe come ovvia. Ogni sua sensazione gli sembrava vaga, soffice, eterea. Era piacevole, dopotutto. Guardò verso il mare, verso i primi bagnanti della bassa stagione che passeggiavano a gruppetti sulla riva. Un tizio in canotta nera e scarpe da ginnastica passò corricchiando. Una coppia stava seduta su un moscone tirato a riva. Lui le risistemò il cardigan bianco sulle spalle, la strinse al fianco e prese le sue le mani nella propria.

Il ragazzo chiuse gli occhi. Non aveva più mal di testa. Non aveva caldo. I granelli di sabbia che il vento gli tirava sulle gambe non lo infastidivano. Prese un profondo respiro. Stava per addormentarsi, quando lanciò uno sguardo alla ragazza al suo fianco. Per caso lei aprì gli occhi in quel momento.
“Devo essermi addormentata”. Fece un cenno verso la bottiglia, la cui etichetta era stata strappata qua e là dal ragazzo. “Ce n’è ancora?”.
Lui prese la bottiglia vuota e la scosse.
“Non importa. Meglio se bevo dell’acqua.” Tirò fuori una bottiglia dallo zaino e ne trasse un lungo sorso. Sbadigliò massaggiandosi il viso. Il ragazzo pensò che aveva delle belle guance. Ricordò che una delle prime cose che le aveva detto era stata che gli piacevano le sue fossette. Aveva sempre pensato fosse un bel complimento, non banale come elogiare gli occhi, non volgare come ammirare il fisico. Era dolce e suonava spontaneo, e dopotutto l’aveva pensato davvero.
“Mi sarò bruciata” disse lei guardandosi le braccia, e cercando di intravedersi la schiena.
Lui rispose soltanto con un mugugno di affermazione.
“Che hai? Non parli?” disse lei sorridendo, e senza aspettare la risposta proseguì “Da piccola venivo spesso qui vicino. Un paesino un po’ più in giù sulla costa” fece un gesto vago verso sud, verso l’orizzonte diviso tra il litorale e l’acqua. “In estate sempre, e a volte anche a gennaio, per il compleanno di mia zia. Era di qui.” Estrasse una sigaretta dal pacchetto e tenendola con le labbra cercò un accendino tastando nello zaino. “Ma mi piaceva il mare d’inverno. Mi piaceva più in quei due giorni a gennaio che in estate. E ricordo una volta d’aver pensato non solo che fosse bello il mare d’inverno, ma che era quasi più bello che mi piacesse il mare d’inverno. È bello essere qualcuno a cui piace il mare d’inverno.”

Lui pensò che avrebbe dovuto dire che aveva ragione, e di aver sempre pensato da piccolo che un giorno sarebbe stato con una ragazza a cui piaceva il mare d’inverno. Pensò che forse sarebbe stato scortese non commentare quella storia personale, una delle prime che si avventuravano a raccontarsi, forse la prima, da quando avevano iniziato a uscire insieme. Non disse niente. Stette zitto a godersi la risacca e il sole.
“Questo non è il mare di gennaio” commentò lei, lasciandosi cadere gli occhiali da sole sugli occhi con un piccolo tocco delle dita. “Se tu stai qui a riposarti vado a fare due passi.”
Si sollevò in piedi, si scrollò la sabbia dalle gambe, e si rimise i pantaloncini di jeans. Lui la guardò allontanarsi verso la riva. Si rilassò qualche minuto prima di andare nel bar dello stabilimento a fianco alla spiaggia libera. Ordinò un caffè, mentre la televisione, con il volume al minimo, trasmetteva la solita sequela di video musicali dei successi approntati per l’estate. Trovò straniante la visione dei ballerini e dei cantanti sorridenti che si dimenavano e muovevano le labbra senza produrre alcun suono. Sorseggiò il caffè dando un’occhiata, di tanto in tanto, ai teli e agli zaini lasciati sotto il sole.

Lei, nel frattempo, si era incamminata verso sud, con il piede sinistro lambito di tanto in tanto dalle onde e il destro all’asciutto. Ripensava a casa di sua zia, a un paio di chilometri dalla riva, adagiata su una piccola collina. Ricordava il giardino davanti e dietro, e gli anfratti tra la siepe e sotto i gradini di pietra che portavano allo spiazzo d’erba rialzato dove i suoi genitori e i cugini più grandi si sdraiavano dopo pranzo, a chiacchierare e fumare. Ripensò a lei e ai suoi fratelli che si rincorrevano tra quei passaggi nascosti, infiniti e misteriosi, e i grandi vasi di terracotta appoggiati agli angoli, polverosi e sbeccati, nella cui ombra trovavano riparo la terra fresca e le lumache, e che rivisti anni dopo le erano sembrati piccolissimi, e del tutto inutili per nascondervisi dentro. Pensò all’agave dalle foglie grandi e flosce su cui s’andavano a scaldare le lucertole, e alle due statue di Raimondo, il vicino della zia che intagliava il legno per passatempo, e si sorprese di ricordare quel nome, ma d’altronde quando quel giorno era corsa da suo madre implorandola di venire a vedere, che c’era un mostro in mezzo alla siepe di bosso – lei non aveva detto “in mezzo alla siepe di bosso”, ma “in mezzo al bosco”- e la zia aveva detto ridendo che non era un mostro, ma una delle sculture regalatele da Raimondo, è che era bruttina sì,ma non sapeva che farne, e mentre il discorso tra i grandi passava ai regali indesiderati e a come nasconderli senza essere scortesi lei, la bambina, non convinta e sospettosa, si riavvicinava con un piccolo bastone in mano, a lenti passi circospetti, alla radura nel bosco dov’era apparso il mostro.

Lui, seduto al bar, non poteva sapere che in quel momento lei si era seduta a riva, e d’improvviso aveva avuto un nodo alla gola, e le lacrime le si erano raccolte negli occhi, e aveva avuto voglia di piangere. Lui non poteva sapere che quelle lacrime non sarebbero stato per lui, né per qualcosa che lui aveva fatto, forse per essere stato scortese, come avrebbe suggerito timidamente, con l’innocente presunzione di un bambino, se le avesse viste, e non risparmiandole in quel caso di dover dire una bugia, o la crudeltà del confessargli che non le importava molto di lui. Lui non poteva sapere che lei, nascoste le lacrime dalla curiosità dei passanti con gli ampi occhiali da sole, e noncurante dell’acqua e della sabbia bagnata che le sporcavano i pantaloncini, era felice. Lui non poteva sapere che quella sarebbe stata una delle ultime volte che si sarebbero visti, e che prima di poter capire se avrebbe sofferto d’amore per lei avrebbe conosciuto un’altra, che all’inizio non le sarebbe piaciuta molto, una sorta di chiodo tempestivo per scacciare il vecchio chiodo, e non poteva sapere nemmeno che con questa nuova ragazza avrebbe avuto una lunga storia, e che sarebbe stato bene, forse non proprio innamorato, ma bene.

Lui non poteva saperlo, allora, ma la ragazza con cui era steso al sole in quel giorno di fine marzo gli era già troppo lontana, e da lì a vent’anni si sarebbero a malapena ricordati l’uno dell’altro. Lui non poteva sapere che quel piccolo ricordo da lei condiviso, sulla casa della zia e sul mare a gennaio e sull’essere una persona a cui piace il mare d’inverno, era l’unica cosa che avrebbe mai avvicinato, solo per un istante, due universi irrimediabilmente lontani, l’unica cosa che si sarebbe mai opposta alle maree avanzanti, un memento inscalfibile, un piccolo miracolo, come la piccola statua in legno d’un falco, ad onore del vero piuttosto bruttina, intagliata da una mano inesperta, seminascosta in un anfratto del bosco.

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