• domenica , 25 febbraio 2018

Il sogno di Sofia

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Venezia. Era ancora buio alla stazione di Santa Lucia, l’alba era oscurata dal fronte della stazione, nella sua monumentale architettura Deco. La laguna plumbeo-verdastra si scorgeva attraverso gli spazi lasciati dai convogli fermi, e al passare dei treni cambiava continuamente l’orizzonte. Sofia viveva da circa un anno a Venezia, vi era tornata dopo diversi anni trascorsi tra la capitale e Milano dove si era fatta un curriculum di tutto riguardo, ma in lei era rimasto il desiderio di realizzare una promessa fatta venti anni prima a sua madre, scrivere un sogno.
Scesa dal treno prese la solita scorciatoia sulla sinistra, passò il ponte e cominciò a camminare con il suo passo veloce per arrivare prima possibile a casa. La giornata d’autunno e l’aria umida faceva pensare che potesse alzarsi presto l’acqua, come sembrava dalle previsioni ascoltate alla radio il giorno prima.
Era rimasta a lei la casa paterna, appena dietro a san Marco, mentre sua sorella Carlotta aveva preferito andarsene in terraferma, in un paesino vicino a Padova, dove aveva sposato un medico di base e avuto un figlio, Vittorio.
Aveva con sé solo una piccola borsa da viaggio, era di ritorno da un incontro a Roma con un editore per valutare la ripubblicazione di un volume esaurito e non si era fermata nemmeno per la notte preferendo piuttosto la cuccetta-letto per il viaggio di ritorno.
Il giorno cominciava e lo si capiva perché passando nelle calli si aprivano improvvisamente i portoni delle abitazioni e spuntavano le persone all’improvviso, vista l’ora, la maggior parte erano ragazzi ancora con la faccia da sonno, occhi semi chiusi e zaini gonfi e sfondanti sulla schiena.
I bar erano tutti ormai aperti ed invitanti nei loro profumi, caffè e pastine veneziane. Lasciato il tempo delle spezie, la città godeva sempre delle svariate attività commerciali che la rendevano ancora più unica.
Sofia era ormai arrivata al ponte prima di casa, un rione che prendeva il nome proprio da quello della sua famiglia, ma erano altri tempi e lustri ormai passati alla memoria, tempo di guardare in borsa per prendere le chiavi che si sente chiamare, era il suo dirimpettaio di casa, balcone con balcone sotto di mezzo piano. Era il Piero che con la sua voce baritonale, le ricordava che avevano appena annunciato l’arrivo dell’acqua alta “Ciao Sofia, acqua alta eh.”.
La cassetta della posta era ricolma di lettere di pseudo comunicazioni camuffate da slogan intriganti come vincite di chissà quale concorso, tutte destinate ad entrare nel sacchetto del discount non appena fosse passato Gigi, il figlio creativo della signora del mezzanino, che amava il décollage di Villeglé, e tra strappi e strappi riusciva a ri-tappezzare ogni settimana qualche mezzo muro della sua camera.
Niente ascensore, due lunghe rampe di scale e finalmente a casa.
Tempo di aprire il balconi chiusi ed entrare in cucina, la finestra dava su un rio stretto e chiuso che d’estate a causa del caldo, spesso emanare un odore particolarmente spiccato di pesce. Quel giorno invece l’acqua arrivava esattamente al limite inferiore della prima grata della casa di fronte, quel piano che sul canale principale serviva alle barche di entrare direttamente dentro al palazzo.
Posta la giacca e la borsa sulla poltrona, infilata la tazza d’acqua dentro il forno a micro onde, a Sofia sovviene improvvisamente di avere dimenticato l’agenda in treno, l’aveva sicuramente appoggiata sul bancone del bar alla carrozza numero cinque, dove aveva preso un caffè in compagnia di un uomo riservato e brizzolato, anche lui salito a Roma e che le aveva offerto il primo caffè di quel primo martedì di novembre. Non ricordava poi di averla portata con sé, né di averla avuta tra le mani al momento di infilare le ultime cose nella borsa. Non era un guaio, ma la cosa la seccava un po’ perché aveva trascritto dei numeri di “affittasi” che aveva visto su cartoncini appesi agli alberi o affissi ai portoni di una zona che la interessava, nel caso che in primavera decidesse di ritornare nella capitale. L’acqua era pronta per il solito tè alla rosa canina, due buste per avere un colore prossimo all’amaranto e un gusto fortemente asprigno. Con la tazza in mano prese il telefono e chiamò l’ufficio oggetti smarriti della stazione, ma non risolvette molto perché era necessario andarci di persona per l’effettiva dichiarazione di smarrimento dell’agenda. Dapprima ci pensò e poi decise di rinviare la cosa al giorno dopo, doveva prima fare repulisti di tutti i giornali che ricoprivano il tavolo dello studio, non era primavera ma sentiva la necessità di fare pulizia di tutte quelle carte che non servivano più. Effettivamente quel giorno vi fu l’acqua alta e prontamente furono messe tutte le passerelle necessarie per potersi muovere in città, ma nonostante ciò Sofia decise di restare a casa a scrivere un prefazione che le era stata richiesta per una mostra di un artista americano, esattamente di Denver.
Solo alla sera controllò la posta sul suo pc, qualche saluto e una valanga di newsletter culturali provenienti da mezzo mondo, e solo alla fine si accorse di una mail dall’oggetto “credo possa essere sua”. Era un messaggio di una persona che aveva trovato l’agenda e pensando che fosse meglio non lasciarla in treno, ritenette di prenderla con sé nella speranza di trovare un numero o una indicazione per poter informare la persona che l’aveva persa, ma dal testo non immaginava che potesse appartenere alla stessa persona alla quale aveva brevemente conversato con un caffè.
“Avrei trovato un agenda con la copertina verde in un corridoio del treno Marco Polo da Roma e Venezia delle 22 e 30 , un nome: Sofia, un indirizzo e questa email. Per ogni necessità le lascio anche il mio numero di telefono”.
Era lei.
Sofia rispose immediatamente via mail, pregando il mittente di poterla spedire a Venezia con spese a carico del destinatario, e indicò ogni dato esprimendo sincera gratitudine per aver preso con sé l’agenda trovata. Dopo qualche giorno arrivò una busta imbottita e con sé l’agenda perduta, era venerdì ed era una giornata di sole mite.
Quel fine settimana tornavano degli amici da un viaggio in Cina per lavoro, curiosità e dintorni… e già prima di partire, si erano messi d’accordo con Sofia di trovarsi alla sera del sabato dopo cena a casa loro. Lui, Paolo, un designer dal gusto imbarazzante e alla ricerca sempre di idee di contrasto, viaggiava più di quanto si fermasse a casa. Lei, Annarita, un architetto dal rigore scarpiano e quando non era occupata nello studio del padre, seguiva il Paolo convinta che prima o poi lo avrebbe lasciato in qualche luogo sperduto per non riprenderlo mai più. Ma in realtà il loro contrasto del bianco e del nero risultava una perfetta complementarietà. Il loro migliore dialogo era su facebook, dove Paolo pubblicava le proprie contorte video-installazioni e lei rispondeva con link di musica relaxing.
Sofia invece era piuttosto riservata nelle sue cose e della sua vita in genere, le si riconosceva una certa misteriosità ma nel contempo anche una grande facilità di relazionarsi con gli altri. Aveva scelto la carriera consapevole delle rinunce che sarebbe andata incontro, viaggiò molto e seppe cogliere sempre esempi da persone anche molto diverse, trasferendo ogni cosa nella sua sensibilità in qualcosa di più profondo che le apparteneva da sempre. Ma il suo essere, il suo modo di dare sicurezza e radiare ottimismo spesso diventavano contenuti di un bagaglio pesante da portarsi appresso ed è così che la stanchezza la fece riflettere per capire come dare una diversa svolta alla sua vita. Era giunta alla convinzione che la società sopravviveva dentro alla morsa di una virtuale competizione che escludeva la professionalità degli over cinquanta, così chi ne usciva entrava nelle liste di attesa tra giovani rampanti e stagisti, aggressività e rassegnazione avevano sostituito da qualche anno sicuramente la validità e la maturità dell’esperienza. Sofia sentiva molto questo problema, aveva visto l’ansia e la depressione di molti amici che improvvisamente erano stati sostituiti da persone al primo impiego ma piene di desiderio di competizione ad un costo inferiore. Il ritorno a Venezia, perciò rappresentava la consapevolezza di entrare nella schiera degli emarginati professionali, ma aveva anche la convinzione che sarebbe stato l’inizio di una nuova vita, quella dove il tempo si dilata per assumere una sua eterna lentezza.
Inizialmente Sofia sapeva che assumere la responsabilità di un grande cambiamento portava sicuramente il sopraggiungere di nuovi stati d’animo. Vedersi protagonisti tra la gente e diventare poi invece protagonisti di se stessi, avrebbe necessariamente comportato un diverso modo di pensare e di porsi, ma nulla era più importante di poter tradurre la sua esperienza in quel sogno che cominciava finalmente a prendere spazio nei fogli rimasti bianchi per tanto tempo.
Arrivò così la sera del sabato, si era abbassata una nebbia che invadeva le calli creando un’atmosfera invitante a galanti incontri settecenteschi. Ad accompagnare Sofia al suo appuntamento vi erano i rumori quasi sincronizzati di saracinesche che si abbassavano, luci che brillavano sugli oggetti in vetro e mille perline di conteria muranese, ragazzi fermi per lo spritz hour e le bancarelle di rialto che chiudevano. Arrivò a casa di Paolo e Annarita, si accomodò in salotto e tra un caffè e un whisky iniziò il racconto del loro ultimo viaggio. Tra tanti discorsi della serata, ciò che sorprese maggiormente Sofia era quel cercare di narrare il comportamento di popoli così lontani, per storia, tradizione, religione, cercando nell’espressione artistica il comune denominatore con l’Occidente.
Seguì un conversazione piuttosto animata, con posizioni completamente opposte, Paolo vedeva nella neo-arte asiatica l’espressione acquisita del consumismo occidentale, mentre Sofia sosteneva che le neo espressioni artistiche asiatiche, riflettevano completamente la loro forte fisionomia storica-culturale e in esse vi era l’assenza della contaminazione occidentale. Una scatola piena di contenuti racchiusa dentro ad un’altra scatola.
Mentre si prospettava un acceso intervento di Annarita, suonò il telefono di Sofia, apparse un numero nuovo non riconducibile ad un nome.
Buonasera sono Alberto, scusi l’ora, la disturbo?…volevo solo sapere se era arrivata la sua agenda?”.
Un attimo di silenzio, Sofia si trovò dalla Cina all’agenda in un istante e di non riuscire subito a rispondere, poi capì di che cosa si trattava e rispose: “ha si, oggi, no ieri”.
“Credo di averla disturbata, comunque adesso sono tranquillo che le è arrivata” proseguì Alberto.
“No, mi scusi, ero distratta, non me ne voglia, anzi la ringrazio ancora, è stato importante riaverla, sa… avevo trascritto dei numeri che non avrei potuto ritrovare se non tornando a Roma, ma mi scusi dove la trovata?”
“Era per terra sul corridoio vicino alla carrozza del bar”
“Già, ero stata a prendere un caffè per svegliarmi e così mi sarà scivolata mentre tornavo al mio posto”
“Lei ha preso un caffè?”
“O Dio, credo di sì, ma a questo punto comincio a dubitare di non essere stata completamente sveglia quel giorno”
“Ma si figuri, glielo chiesto solo perché anch’io ho preso un caffè.”
“Ma…non è che per caso ne abbia offerto uno?”
“Si e a questo punto credo proprio a lei”
“Mon Die…le cas o la vie!”
« Une belle expression Madame »
“Mercì Monsieur”
“Divertente, mi farebbe piacere continuare a parlare con lei, ma devo andare, oggi sono tutto il giorno in laboratorio, faccio il biologo e devo assolutamente finire una ricerca e spedirla questa sera stessa. Ma se crede possiamo sentirci una prossima volta, sempre che non la disturbo…”
“Provi…magari forse ci sarò”
“Allora arrivederci”
“Arrivederci e grazie ancora”
Sofia tenne il telefono tra le mani ancora per qualche minuti con il pensiero che volava come un aquilone che si era spezzata la fune, e rimase in silenzio fino a quando Annarita si mosse per andare ad accendere un po’ di musica. La serata si concluse con la Primavera di Vivaldi. Quella notte vi era quel solito silenzio che percorreva le calli, alcuni turisti presi dalle ultime ore della giornata e il rumore di qualche televisione accesa, Sofia arrivò a casa, il tempo di una doccia e mettersi a dormire.
La mattina seguente essendo festiva era un piacere sentire i diversi suoni di diverse campane, più o meno vicine e più o meno gioiose. Piovigginava sottilmente o forse cadeva quel tasso di umidità che ovattava la città, comunque il campo sotto casa era di un lucido bagnato. L’edicolante aveva coperto con il nailon la pila di quotidiani appena arrivati e i primi cani usciti per i loro bisogni vestivano tappezzati con riquadri scozzesi e la carlina più chic in una variante di broccato Fortuni.
Sofia uscì per fare due passi e prendere il giornale, poi decise di allungare la passeggiata e andare a Rialto, passando lungo le mercerie. In quel momento pensava a ciò che avrebbe dovuto organizzare per la settimana a venire e mentre cercava di farsi una scaletta di cose, incrociò un conoscente che non vedeva da svariato tempo.
“Bondì Sofia, rientrata?”
“Buongiorno, si! rientrata”
“Il fine settimana? O qualche giorno di più?”
“Credo un po’ di più, ma vedremo qui come s’impostano le cose…”
“Chissà che non ci si veda allora”
“Ti trovo sempre alla libreria”
“basta che passi e mi vedi, se vieni verso le 13.00 magari mangiamo un bocon insieme”
“Ottimo, passerò uno di questi giorni, magari vengo un po’ prima e curioso su cosa hai ti tirato fuori di nuovo”
“Ci conto, allora ciao”
“A presto”
Il tempo era peggiorato, minacciava un bel rovescio, Sofia proseguì fino a Rialto, si fermò a prendere un caffè e rientrò subito a casa

Maria Sofia

Painting: Clare Caulfield

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